Antonio dall'altra parte

 

Correva, mi pare, l’anno 1976, io ero cronista al “Giornale d’Italia” e  collaboratore part-time a “Mondo sommerso” che si pubblicava a Roma ma la proprietà e l’amministrazione erano a Milano. “Mondo sommerso” mi corrispondeva un compenso mensile fisso, senza contratto. Andò avanti così  per circa un anno, poi cominciò il trasferimento a Milano. Alla scadenza solita il mio “stipendio” non arrivò. Chiamai ottenni di essere ascoltato da una segretaria che mi rispose: “Non glielo hanno detto? Dato che  lei a Milano non può trasferirsi l’abbiamo depennato dall’elenco de collaboratori, misi giù il  telefono  e andai  all’Associazione Stampa Romana, il sindacato dei giornalisti, per esporre il mio caso. Andò a finire che citai in giudizio l’editore della rivista e mi regalai un’Alfetta con aria condizionata, che all’epoca era un lusso per pochi. Nacque una solida inimicizia col dirigente editoriale che aveva cercato di licenziarmi senza dirmelo: “Finché campo, lei non pubblicherà più una riga su Mondo sommerso” mi disse roteando gli occhi. Poi successe che fu nominato direttore Antonio Soccol. Di lui a Roma non si diceva un  gran bene, anzi si diceva un gran male. Io lo conoscevo appena, lo avevo incontrato in una delle rarissime volte ch’era venuto a Roma. Mi telefonò: “Allora, riprendi subito a collaborare.” “Non sono più interdetto?” “No” “E come hai fatto?” “Semplice.  Ho detto voglio niniccafiero e quando mi hanno detto: ‘impossibile’ io ho replicato ‘e allora cercatevi un altro direttore, perché se il responsabile di un giornale non può scegliersi i collaboratori  è un pupo, una marionetta.”
Durammo poco, meno di due anni. Antonio cominciò presto a” infliggere danni alla subacquea”, come scriverà in un  beffardo curriculum vitæ. Un’intervista al comandante Jacques-Yves Cousteau – a torto o ragione il padre della subacquea moderna – nella quale si sosteneva l’ineluttabile declino della pesca subacquea e la  crescita esponenziale della fotosub costò il posto al direttore di “Mondo sommerso”. Correva l’anno 1980 e Soccol si giocò l’intera liquidazione nella creazione di “Sesto continente”, la più  bella rivista del mare mai pubblicata, come dire “Life” dell’immagine subacquea. Tirò avanti per cinque anni, prima di essere sopraffatto dai costi. Si  arrabattò   per un paio d’anni. Fino a quando, nel 1988, gli fu affidata la direzione di “AQVA”, dove rimase “ per ben undici mesi e ventinove giorni, nonostante l’editore: un reduce della Repubblica di Salò...”
Nessuno sospetta che l’acronimo GAV sia – come è – farina del suo sacco. Tanto più che Antonio condivideva con Bucher la convinzione che il miglior GAV fosse un  sacchetto di plastica  per la spesa al supermercato.
Soccol era ammalato da tempo: un tumore al cervello, per rimuovere il quale era stato operato due volte. Quando dal suo indirizzo ho ricevuto la comunicazione - “Antonio è partito per il suo lungo viaggio senza ritorno. Lo salutiamo lunedì 27 febbraio alle ore 15,15 presso il crematorio del Cimitero di Lambrate (Milano)” – è ovvio che me l’aspettavo. Ma non ho potuto evitare l’impatto con un acuto, squassante dolore.

Nini Cafiero

 

 

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Alfieri FrancescoRecupero del palombaroMostri Marini n. 2Palombaro in assetto neutroRisalita dalla scalettaMostri Marini n. 12